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L'Europa spaccata su Israele e spese per la difesa. Zelensky: "Ridurre il tetto del prezzo al petrolio russo"

 

 Il nodo di come finanziare l'aumento delle spese per la difesa che si prospetta di qui al 2035 resta insoluto

mune. Sono questi i punti che hanno segnato una evidente frattura tra i 27 capi di Stato e di Governo al Consiglio europeo di Bruxelles. Il nodo di come finanziare l'aumento delle spese per la difesa che si prospetta di qui al 2035 resta insoluto, mentre nei negoziati commerciali con gli Usa la trattativa potrebbe entrare finalmente nel vivo, con l'arrivo dell'attesa controproposta dagli Usa. 

Armi spuntate

Il punto principale del summit è stata la difesa. I leader europei non hanno nascosto il loro scetticismo nel trovare le risorse necessarie per finanziare l'aumento delle spese militari, in seguito all'accordo della Nato raggiunto a L'Aja solo 24 ore prima, che prevede una spesa del 5 per cento del Pil entro il 2035. Anche se l'obiettivo concordato dai membri dell'Alleanza, come ha spiegato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, non è corredato da target intermedi, si tratta comunque di un livello di spesa molto alto, specie per quei Paesi che hanno scarsi margini di manovra nel bilancio e che, molto probabilmente, dovranno tagliare la spesa sociale per finanziare quella militare. Una scelta, questa, politicamente rischiosa ed elettoralmente penalizzante per qualsiasi governo.

Inoltre il piano ReArm Europe, presentato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, è stato giudicato insufficiente da diversi leader europei. Su iniziativa della presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, alcuni capi di Stato e di governo hanno messo in discussione i margini di flessibilità previsti dall'attuale Patto di Stabilità, chiedendo alla Commissione europea un intervento correttivo per garantire risorse adeguate agli investimenti in difesa. 

Il rilancio della spesa militare in Europa pone una questione cruciale: dove trovare le risorse per sostenere un riarmo accelerato, necessario a colmare il divario accumulato con le altre potenze dalla fine della Guerra Fredda. Al momento, la difesa resta una competenza nazionale e l'unico strumento comune, il fondo Edip, dispone appena di 1,5 miliardi di euro. L'idea di introdurre eurobond per la difesa divide i Ventisette. Germania e Paesi Bassi, in particolare, restano contrari: "Assolutamente no", ha chiarito una fonte diplomatica europea. Ma qualcosa si muove: Paesi un tempo rigoristi come Finlandia e Danimarca stanno rivedendo le proprie posizioni, consapevoli dei limiti delle finanze pubbliche nazionali di fronte alla minaccia russa. Persino la premier danese Mette Frederiksen, ex paladina del fronte dei Frugali, ha lanciato un appello a "spendere, spendere, spendere".

Nelle conclusioni del Consiglio europeo non si fa menzione del debito comune, ma Italia, Francia e Spagna non intendono accantonare il tema. Il premier spagnolo Pedro Sanchez ha ribadito che "la sicurezza e la difesa sono beni pubblici europei" e devono quindi essere finanziati con risorse comuni. Il tema, pur non risolto, resta centrale e tornerà nei prossimi vertici. Intanto, i leader hanno incaricato la Commissione di presentare entro ottobre una roadmap per individuare strumenti e risorse per sostenere le nuove ambizioni militari dell'Ue.



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