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Ferie ai dipendenti Rai impegnati per i referendum, lo stop dei giudici: "Discriminatorio"

 

Il tribunale di Busto Arsizio boccia una circolare della direzione generale che riguarda molti lavoratori e collaboratori

Foto di repertorio (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Èdiscriminatorio obbligare alle ferie o a un periodo di aspettativa i dipendenti e i collaboratori della Rai nel caso in cui abbiano accettato candidature elettorali o la partecipazione attiva in comitati politici e referendari. Lo ha stabilito una giudice del lavoro del tribunale di Busto Arsizio. Nel mirino è finita una circolare interna alla Rai, firmata dalla direzione generale, che riguardava a una vasta platea di lavoratori e collaboratori, tra cui cameraman, fonici, tecnici, costumisti e ballerini. 

"Obbligo di astensione ad ampia cerchia di lavoratori"

In sostanza la giudice Franca Molinari ha confermato un decreto cautelare su quella circolare emesso nei giorni scorsi dal tribunale per profili discriminatori. Un procedimento nato dal ricorso degli avvocati Matilde Bidetti e Carlo de Marchis per l'Associazione nazionale lotta alle discriminazioni (Anlod) con il sostegno del Sindacato lavoratori della comunicazione della Cgil. Nella circolare, spiega la giudice, viene "correttamente richiamata l'attenzione di tutti i dipendenti e collaboratori sulla necessità" del rispetto "delle vigenti norme di legge in materia di propaganda e informazione elettorale". Ma si va anche "ben oltre al suddetto dovuto richiamo, imponendo a una ampia cerchia di dipendenti e ai collaboratori un obbligo di astensione dal lavoro mediante la fruizione di ferie e di aspettativa non retribuita". 

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Delle disposizioni "sono destinatari moltissimi lavoratori e collaboratori la cui apparizione, in virtù della mansione svolta (ad esempio cameraman, fonici, tecnici delle luci, costumisti, scenografi, direttori della fotografia, ballerini etc.), è limitata all'indicazione del loro nome nei titoli di coda". La "comunicazione, infatti - si legge ancora nel provvedimento - estende il divieto a qualunque prestazione audio video resa da lavoratori e collaboratori, anche se non richiedono neppure una loro messa in onda". E precisa che i nomi di queste persone non potranno essere indicati "come responsabili, autori o collaboratori" delle trasmissioni. Il giudice richiama, però, il diritto di questi lavoratori "a partecipare attivamente alla vita sociale del Paese durante la campagna referendaria e politica" e "la libertà di esprimere legittimamente le proprie opinioni politico-sindacali", di "associarsi, manifestare e agire democraticamente senza subire discriminazioni o penalizzazioni". 

Circolare va oltre "limite tutela dell'indipendenza" 

Secondo il tribunale una circolare del genere estesa "a tutti i dipendenti e collaboratori, a prescindere dal fatto che essi abbiano una diretta esposizione in video o in audio oppure che siano impegnati in programmi di informazione, intrattenimento e di altra natura", va "oltre il limite utile alla tutela della indipendenza e imparzialità del servizio pubblico e non giustifica, pertanto, la compromissione dei diritti dei lavoratori". E' giustificata, chiarisce la giudice, "l'imposizione all'interno dell'ambiente di lavoro di un obbligo di astensione da azioni o comportamenti che esprimano un oggettivo significato politico o anche la mera esternazione di simboli politici", mentre "non appare altrettanto utile e necessaria l'inibizione dell'attività lavorativa o l'imposizione di un oblio nei confronti di lavoratori o prestatori che in altri ambiti e contesti agiscono  

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